la fabula orfica
il mio maicol-orfeo si salverà
domenica 20 giugno 2010
lunedì 14 giugno 2010
teofania
Il cellulare si illumina, ma non squilla. Forse hanno sbagliato e riagganciato. Maicol prende in mano il suo telefonino e controlla il display “UNA CHIAMATA PERSA”. CHIAMATA SCONOSCIUTA. NUMERO PRIVATO.
Fa spallucce e inizia a digitare un sms per Fernardo. “ALLORA CI VEDIA…” il display si illumina ancora. Forse è la zia che controlla che si sia svegliato e alzato. Maicol fa per rispondere ma di nuovo “UNA CHIAMATA PERSA”. CHIAMATA SCONOSCIUTA. NUMERO PRIVATO.
“ma che caz…!” e di nuovo: display illuminato “UNA CHIAMATA PERSA”. CHIAMATA SCONOSCIUTA. NUMERO PRIVATO. Qui c’è una stronzo in vena di scherzi. “se lo fa un’altra volta …” Sembra quasi che il burlone lo senta. Questa volta il display si illumina ma si sente anche una voce maschile “pronto? Sei tu Orfeo???” Maicol risponde d’un fiato “ma che Orfeo e Orfeo. Stai attento al numero che digiti, coglione!” e fa per riagganciare. Ma non lo fa e non capisce perché. È come se si aspettasse qualcosa, una reazione del tipo della telefonata; chessò un ‘ma vaffanculo’ un ‘datti una calmata’, uno ‘scusa’. Insomma, una cosa così. E invece dall’altro capo il tizio ride, ride forte, ride con la pancia insomma si sganascia dalle risate. “ma che c’hai da ridere?” Maicol è in difficoltà. “Me l’avevano detto che non hai il senso dell’umorismo” fa quello e continua a ridere come un pazzo.
“Ma che ti ridi? Fai quattro volte il mio numero e poi pretendi di trovare qualcuno disposto a scherzare? ”. Maicol si accorge di parlare come la vicepreside della scuola ‘pretendi’ ‘disposto’ non sono parole che lui usa di solito. Brutto segno.
“Dai non te la prendere! È che mi sono confuso di nome, del resto Maicol che razza di nome è?” poi, sembra quasi che il tipo capisca di aver offeso Maicol e rimedia “volevo dire, che razza di nome è per uno a cui devo annunciare un futuro fantastico con le tue canzoni?”. Questa volta è Maicol che scoppia a ridere; anzi più che scoppiare si rotola a terra e i sussulti della risata gli fanno vibrare il polso con cellulare annesso. Adesso è quello a fare il risentito “beh cosa ridi? Guarda che parlavo sul serio. È che con tutti ‘sti aggeggi moderni non si capisce più nulla. Prima era tutto più semplice: un po’ di luce, un boschetto, un movimento di foglie e con l’auto delle ninfe dei boschi era già bell’ e che pronta un’apparizione, un teofania. Adesso mi tocca usare internet o ‘sto affare con messaggi, immagini video …” Teofania. Maicol conosce solo le vetrofanie che la zia mette alle finestre per natale, slitte, babbi natali, renne, pacchettini, ma non osa chiedere cosa c’entrino quelle figurine con questa telefonata.
Però il tipo parla come un matusa ‘’sti aggeggi moderni’…“Ma quanti anni hai?” la domanda esce spontanea a Maicol. Perché la voce che telefona non è una voce di una persona anziana, sembra un ragazzotto, non più di 20 anni. Anzi Maicol riesce quasi ad immaginarselo: alto, robusto, biondo insomma un gran bel figo. “Questa non è una domanda pertinente” fa il tizio “Orfeo, oh pardon Maicol, come puoi chiedere ‘quanto anni hai’ a un dio?” Maicol vorrebbe ridere ma si accorge di non riuscirci. La risata si trasforma in un singhiozzo nella sua gola. E poi in rabbia: “Fernando piantala, lo scherzo m’ha bell’e che rotto!”. Lo dice con voce alta, ma poco convinto. Quella non è per niente la voce di Fernando: né Fernando è uno capace di pensare e organizzare questo tipo di scherzi. Al massimo un mms con una bella gnocca nuda, ma un dio! È veramente oltre le possibilità di Fernando. Ma Maicol ci prova.
“Non penserai mica che io sia quella mezza sega di Fernando?” la voce ha un tono decisamente offeso, incazzato nero per la precisione. E Maicol non sa più cosa dire. Anche l’altra ipotesi che gli era passata nel cervello è da scartare: aveva pensato a un maniaco. Ma come avrebbe fatto a conoscere il suo numero, il suo nome, la sua passione per la musica, il fatto che abbia iniziato a scrivere canzoni…è tutto assurdo! Sì, ecco, assurdo. Solo così si spiega questa telefonata sgangherata, senza capo né coda. Sembra quasi che il tizio legga i suoi pensieri e lo anticipa togliendolo da quello stato di coma verbale “Ma, insomma non mi chiedi come mi chiamo?” “Come ti chiami?” le parole escono dalle labbra di Maicol prima ancora che le abbia pensate e volute. “Apollo, sono il dio Apollo”.
Fa spallucce e inizia a digitare un sms per Fernardo. “ALLORA CI VEDIA…” il display si illumina ancora. Forse è la zia che controlla che si sia svegliato e alzato. Maicol fa per rispondere ma di nuovo “UNA CHIAMATA PERSA”. CHIAMATA SCONOSCIUTA. NUMERO PRIVATO.
“ma che caz…!” e di nuovo: display illuminato “UNA CHIAMATA PERSA”. CHIAMATA SCONOSCIUTA. NUMERO PRIVATO. Qui c’è una stronzo in vena di scherzi. “se lo fa un’altra volta …” Sembra quasi che il burlone lo senta. Questa volta il display si illumina ma si sente anche una voce maschile “pronto? Sei tu Orfeo???” Maicol risponde d’un fiato “ma che Orfeo e Orfeo. Stai attento al numero che digiti, coglione!” e fa per riagganciare. Ma non lo fa e non capisce perché. È come se si aspettasse qualcosa, una reazione del tipo della telefonata; chessò un ‘ma vaffanculo’ un ‘datti una calmata’, uno ‘scusa’. Insomma, una cosa così. E invece dall’altro capo il tizio ride, ride forte, ride con la pancia insomma si sganascia dalle risate. “ma che c’hai da ridere?” Maicol è in difficoltà. “Me l’avevano detto che non hai il senso dell’umorismo” fa quello e continua a ridere come un pazzo.
“Ma che ti ridi? Fai quattro volte il mio numero e poi pretendi di trovare qualcuno disposto a scherzare? ”. Maicol si accorge di parlare come la vicepreside della scuola ‘pretendi’ ‘disposto’ non sono parole che lui usa di solito. Brutto segno.
“Dai non te la prendere! È che mi sono confuso di nome, del resto Maicol che razza di nome è?” poi, sembra quasi che il tipo capisca di aver offeso Maicol e rimedia “volevo dire, che razza di nome è per uno a cui devo annunciare un futuro fantastico con le tue canzoni?”. Questa volta è Maicol che scoppia a ridere; anzi più che scoppiare si rotola a terra e i sussulti della risata gli fanno vibrare il polso con cellulare annesso. Adesso è quello a fare il risentito “beh cosa ridi? Guarda che parlavo sul serio. È che con tutti ‘sti aggeggi moderni non si capisce più nulla. Prima era tutto più semplice: un po’ di luce, un boschetto, un movimento di foglie e con l’auto delle ninfe dei boschi era già bell’ e che pronta un’apparizione, un teofania. Adesso mi tocca usare internet o ‘sto affare con messaggi, immagini video …” Teofania. Maicol conosce solo le vetrofanie che la zia mette alle finestre per natale, slitte, babbi natali, renne, pacchettini, ma non osa chiedere cosa c’entrino quelle figurine con questa telefonata.
Però il tipo parla come un matusa ‘’sti aggeggi moderni’…“Ma quanti anni hai?” la domanda esce spontanea a Maicol. Perché la voce che telefona non è una voce di una persona anziana, sembra un ragazzotto, non più di 20 anni. Anzi Maicol riesce quasi ad immaginarselo: alto, robusto, biondo insomma un gran bel figo. “Questa non è una domanda pertinente” fa il tizio “Orfeo, oh pardon Maicol, come puoi chiedere ‘quanto anni hai’ a un dio?” Maicol vorrebbe ridere ma si accorge di non riuscirci. La risata si trasforma in un singhiozzo nella sua gola. E poi in rabbia: “Fernando piantala, lo scherzo m’ha bell’e che rotto!”. Lo dice con voce alta, ma poco convinto. Quella non è per niente la voce di Fernando: né Fernando è uno capace di pensare e organizzare questo tipo di scherzi. Al massimo un mms con una bella gnocca nuda, ma un dio! È veramente oltre le possibilità di Fernando. Ma Maicol ci prova.
“Non penserai mica che io sia quella mezza sega di Fernando?” la voce ha un tono decisamente offeso, incazzato nero per la precisione. E Maicol non sa più cosa dire. Anche l’altra ipotesi che gli era passata nel cervello è da scartare: aveva pensato a un maniaco. Ma come avrebbe fatto a conoscere il suo numero, il suo nome, la sua passione per la musica, il fatto che abbia iniziato a scrivere canzoni…è tutto assurdo! Sì, ecco, assurdo. Solo così si spiega questa telefonata sgangherata, senza capo né coda. Sembra quasi che il tizio legga i suoi pensieri e lo anticipa togliendolo da quello stato di coma verbale “Ma, insomma non mi chiedi come mi chiamo?” “Come ti chiami?” le parole escono dalle labbra di Maicol prima ancora che le abbia pensate e volute. “Apollo, sono il dio Apollo”.
domenica 6 giugno 2010
Dove si presenta il nipote Maicol e la sua mattinata sabatale
Maicol grugnisce e rutta di piacere nel letto. Con gli occhi socchiusi ha controllato che la zia uscisse. L’ha vista bersi il caffè, andare in bagno e uscirci con l’accappatoio; l’ha vista infilarsi le scarpe e chiudere piano la porta. Girare la serratura. E quando è stato sicuro che la zia fosse uscita (certe volte dopo qualche secondo rientra o per controllare di aver lasciato tutto a posto o per prendere qualcosa che aveva dimenticato) si era lanciato in uno sbadiglio da plantigrado alla fine del letargo, con sonoro adeguato. Poi, per non fare preferenze, si era spostato alla specie suina con grattamenti annessi. I grattamenti sono dovuti, oltre che allo stato di animalità che a quattordici anni ogni individuo deve attraversare per raggiungere la agognata età adulta, al tessuto 70% acrilico del suo pigiama. Di notte a contatto con la coperta di pail poi è un spettacolo pirotecnico. Ed ecco lì ennesima scintilla e un pizzico doloroso sulla coscia destra. Altro grattamento furioso. Adesso Maicol ricorda che ieri ha letto su un ritaglio di giornale che i tessuti sintetici provocano dermatiti, orchiti e altro ancora e aveva consultato il dizionario per capire che cazzo fossero dermatiti, orchiti e altro-ancora. Ma non aveva preso ancora nessuna decisione. Lui è sempre lento a decidersi. Ma adesso ha il quadro chiaro, si sfila con determinazione il pantalone e lo getta a terra. Stessa fine alla maglia senonché il filo dell’auricolare sinistro si incastra nel bottone e esce dall’orecchio “merda!”. Vive così tanto con quell’affare infilato nel condotto uditivo che se lo dimentica spesso quando fa manovre di vestizione/vestizione. In boxer Clavin Klin e canotta si rimette sotto le lenzuola. La sera prima di addormentarsi nasconde il lettore mp3 sotto il cuscino e la mattina si infila gli auricolari con un breve movimento di pollice e indice. E la musica gli inonda il cervello. E anche questa mattina quando ha osservato la zia prepararsi aveva la musica nella testa.
testodi Manuela Ottaviani
testodi Manuela Ottaviani
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maicol
mercoledì 19 maggio 2010
ed ecco a voi ....MAICOL
Ciao
Mi chiamo Maicol
Si’ sì proprio Maicol
M di Milano A di Ancora I di Imola C di Como O di Otranto e L di Livorno
Mi chiamo Maicol Oliveira.
Abito a Milano zona Affori, direi nord (non ho un grande senso dell’orientamento, ma a occhio e croce sì nord). Abito con mia zia Sebastiana. I miei genitori sono rientrati in Brasile poco dopo la mia nascita. Mi hanno lasciato dalla zia dicendole “torniamo tra un mese” e invece non sono più rientrati. Papà ha avuto un incidente ed è morto. Mamma si è risposata. Così io sono rimasto qui con la zia. Mi piace stare qui; ho la play station, la tele, la bici, le nike e i levi’s.
Mi chiamo Maicol perché a mia madre piaceva Michael Jackson. Diceva che era nero e che veniva dalla stessa regione africana da cui venivamo noi. Beh non noi, ma i nonni dei miei nonni sì.
Alla mamma piaceva questo Michael Jackson ma non sapeva come si scriveva il nome. Così lo ha chiesto a una signorina del super e questa glielo ha scritto su un foglietto, sul retro di uno scontrino. La mamma con quel biglietto è andata dal prete e mi hanno chiamato Maicol. Pare che il prete fosse contento “finalmente un nome come si deve, l’arcangelo Michele”. Il sagrestano gli aveva detto che era scritto strano ma lui aveva replicato “questi sono brasiliani. Michele in brasiliano si scrive così”.
E così sono cresciuto con questo nome, strano, che tutti credevano un nome brasiliano. Ed anch'io.
Poi il 25 giugno 2009 Michael Jackson è morto.
E mia zia mi ha raccontato la storia del mio nome: MAICOL.
Mi chiamo Maicol
Si’ sì proprio Maicol
M di Milano A di Ancora I di Imola C di Como O di Otranto e L di Livorno
Mi chiamo Maicol Oliveira.
Abito a Milano zona Affori, direi nord (non ho un grande senso dell’orientamento, ma a occhio e croce sì nord). Abito con mia zia Sebastiana. I miei genitori sono rientrati in Brasile poco dopo la mia nascita. Mi hanno lasciato dalla zia dicendole “torniamo tra un mese” e invece non sono più rientrati. Papà ha avuto un incidente ed è morto. Mamma si è risposata. Così io sono rimasto qui con la zia. Mi piace stare qui; ho la play station, la tele, la bici, le nike e i levi’s.
Mi chiamo Maicol perché a mia madre piaceva Michael Jackson. Diceva che era nero e che veniva dalla stessa regione africana da cui venivamo noi. Beh non noi, ma i nonni dei miei nonni sì.
Alla mamma piaceva questo Michael Jackson ma non sapeva come si scriveva il nome. Così lo ha chiesto a una signorina del super e questa glielo ha scritto su un foglietto, sul retro di uno scontrino. La mamma con quel biglietto è andata dal prete e mi hanno chiamato Maicol. Pare che il prete fosse contento “finalmente un nome come si deve, l’arcangelo Michele”. Il sagrestano gli aveva detto che era scritto strano ma lui aveva replicato “questi sono brasiliani. Michele in brasiliano si scrive così”.
E così sono cresciuto con questo nome, strano, che tutti credevano un nome brasiliano. Ed anch'io.
Poi il 25 giugno 2009 Michael Jackson è morto.
E mia zia mi ha raccontato la storia del mio nome: MAICOL.
giovedì 22 aprile 2010
penelope
ho accantonato per un attimo la vicenda di Sebastiana per buttarmi in questa avventura metropolitana ...e i personaggi voi li conoscete
"E’ quasi mezza notte e Penelope sorfila con la sua Singer a pedali la sciarpa in chiffon prugna per l’ultimo vestito da sera che deve confezionare per la sartoria Baruffa. La consegna dei cinque vestiti che ha ultimato è per domani.
Il suo laboratorio di cucito è in un angolo della cucina accanto al divanetto a due posti a fiori di fronte al mobile della tele. Ogni volta che deve lavorare Penelope scosta dal muro la sua vecchia macchina da cucire e si siede rivolta verso la tele accesa. La tele di notte le fa compagnia. Ha sempre avuto paura del buio, fin da piccola, e anche ora che abita in città dove ci sono sempre le luci accese e rumori il buio la terrorizza. Ha bisogno che ci siano persone con lei che condividano lo spazio e che annullino quel senso di abbandono che il buio porta con sé. Per fortuna c’è la tele. Perché, se visti tutti i giorni, l’annunciatrice che ti guarda attraverso lo schermo o il politico che gesticola rosso in volto diventano un po’ come i tuoi familiari. Li vedi tutte le sere e ti ci affezioni. Questa sera Lorella, la conduttrice, ha un trucco pesante che non riesce però a nascondere un brufolo sullo zigomo sinistro. Forse ha mangiato troppa cioccolata. O forse le devono venire le mestruazioni. Il politico invece ha una camicia azzurra e una cravatta larga giallo oro che non si intona per niente con il vestito, quasi aggressiva e inutilmente vistosa. Ieri sera era decisamente meglio. La camicia era a righe e la cravatta scura con il nodo leggermente allentato alla gola. Si vede che questa sera la moglie non ha cucinato il suo piatto preferito, o forse che i figli lo hanno fatto arrabbiare. Penelope però non sente quello che dicono la Lorella, il politico e gli altri ospiti della trasmissione televisiva. Tiene il volume basso, per non disturbare. Non perché gliene importi dei vicini che ieri sera hanno litigato in modo molto fisico, con lanci di vetri (bicchieri? Piatti?) e scambi energici di epiteti coloriti e volgari. Tiene il volume basso perché nella stanza in fondo al corridoio dorme il figlio ventenne: Telemaco"
"E’ quasi mezza notte e Penelope sorfila con la sua Singer a pedali la sciarpa in chiffon prugna per l’ultimo vestito da sera che deve confezionare per la sartoria Baruffa. La consegna dei cinque vestiti che ha ultimato è per domani.
Il suo laboratorio di cucito è in un angolo della cucina accanto al divanetto a due posti a fiori di fronte al mobile della tele. Ogni volta che deve lavorare Penelope scosta dal muro la sua vecchia macchina da cucire e si siede rivolta verso la tele accesa. La tele di notte le fa compagnia. Ha sempre avuto paura del buio, fin da piccola, e anche ora che abita in città dove ci sono sempre le luci accese e rumori il buio la terrorizza. Ha bisogno che ci siano persone con lei che condividano lo spazio e che annullino quel senso di abbandono che il buio porta con sé. Per fortuna c’è la tele. Perché, se visti tutti i giorni, l’annunciatrice che ti guarda attraverso lo schermo o il politico che gesticola rosso in volto diventano un po’ come i tuoi familiari. Li vedi tutte le sere e ti ci affezioni. Questa sera Lorella, la conduttrice, ha un trucco pesante che non riesce però a nascondere un brufolo sullo zigomo sinistro. Forse ha mangiato troppa cioccolata. O forse le devono venire le mestruazioni. Il politico invece ha una camicia azzurra e una cravatta larga giallo oro che non si intona per niente con il vestito, quasi aggressiva e inutilmente vistosa. Ieri sera era decisamente meglio. La camicia era a righe e la cravatta scura con il nodo leggermente allentato alla gola. Si vede che questa sera la moglie non ha cucinato il suo piatto preferito, o forse che i figli lo hanno fatto arrabbiare. Penelope però non sente quello che dicono la Lorella, il politico e gli altri ospiti della trasmissione televisiva. Tiene il volume basso, per non disturbare. Non perché gliene importi dei vicini che ieri sera hanno litigato in modo molto fisico, con lanci di vetri (bicchieri? Piatti?) e scambi energici di epiteti coloriti e volgari. Tiene il volume basso perché nella stanza in fondo al corridoio dorme il figlio ventenne: Telemaco"
lunedì 12 aprile 2010
Sebastiana al "Non solo Caffè"
altro estratto
" [...]
Sebastiana arriva davanti all’insegna “Non solo caffè” e si china per aprire il lucchettone della clér: s.f. (lombardo). 'Saracinesca avvolgibile con aperture o a maglie per permettere la sorveglianza del negozio dall'esterno'. Da francese claire-voie, letteralmente 'chiara vista', usato fin dal Medioevo per indicare una gabbia a graticci. Ma il lucchettore della clér come tutte le mattine è sporco di piscia di cane. “se becco il proprietario gliela faccio leccare” Sebastiana ha sempre in borsa una confezione di guanti in lattice monouso. Ed ha anche uno bottiglietta d’acqua piena di candeggina. Si infila un paio di guanti e versa metà de liquido sul lucchetto. Fa questa operazione ormai tutte le mattine da quasi due anni a questa parte.
“bel culo!” un motorino passa mentre lei sta versando la candeggina sul lucchetto. È piegata verso il basso con il posteriore in aria. E il posteriore brasiliano di Sebastiana, è inutile negarlo, è molto appetitoso. Ma ora Sebastiana è troppo incazzata con la piscia di cane per apprezzare il complimento “ma va a …”. E con la mano sinistra illustra in modo plastico il concetto espresso, nel caso in cui il motociclista non abbia sentito [...]".
" [...]
Sebastiana arriva davanti all’insegna “Non solo caffè” e si china per aprire il lucchettone della clér: s.f. (lombardo). 'Saracinesca avvolgibile con aperture o a maglie per permettere la sorveglianza del negozio dall'esterno'. Da francese claire-voie, letteralmente 'chiara vista', usato fin dal Medioevo per indicare una gabbia a graticci. Ma il lucchettore della clér come tutte le mattine è sporco di piscia di cane. “se becco il proprietario gliela faccio leccare” Sebastiana ha sempre in borsa una confezione di guanti in lattice monouso. Ed ha anche uno bottiglietta d’acqua piena di candeggina. Si infila un paio di guanti e versa metà de liquido sul lucchetto. Fa questa operazione ormai tutte le mattine da quasi due anni a questa parte.
“bel culo!” un motorino passa mentre lei sta versando la candeggina sul lucchetto. È piegata verso il basso con il posteriore in aria. E il posteriore brasiliano di Sebastiana, è inutile negarlo, è molto appetitoso. Ma ora Sebastiana è troppo incazzata con la piscia di cane per apprezzare il complimento “ma va a …”. E con la mano sinistra illustra in modo plastico il concetto espresso, nel caso in cui il motociclista non abbia sentito [...]".
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sabato 10 aprile 2010
Dove si presenta la barista Sebastiana Oliveira e la sua sveglia mattutina - estratto dal primo capitolo di "Medardinho e il calcio di rigore"
Lunedì mattina presto. Ore 6.30. Grazie all’ora legale è ancora buio, ma tant’è “l’ora legale serve a risparmiare la corrente elettrica alla sera, non alla mattina”. La sveglia di Sebastiana dunque suona al buio, “sembra novembre”. Dai palazzi di via Brusuglio le uniche sentinelle visibili dell’arrivo del mese di aprile, ovvero della primavera, sono gli alberi del viale Enrico Fermi, giù in fondo alla via. A dire il vero c’è anche qualche disgraziato alberello striminzito nel giardino delle villette rimaste in piedi tra i palazzoni. Ma per gli alberi dei giardini delle villette l’arrivo della primavera è “una questione di culo” inteso ovviamente come fortuna. I giardinetti sono talmente incastrati tra la pareti dei palazzoni che vengono raggiunti dai raggi del sole solo in determinati periodi dell’anno e in determinati orari. Quasi fossero gli autobus dell’Atm. Unica differenza: gli autobus dell’Atm sono spesso in ritardo, i raggi del sole no. Ma anche ai raggi può capitare di saltare la corsa. Basta che la signora del quinto piano stenda le lenzuola dalla 15.10 in poi che la doccia di raggi e rimandata al giorno dopo. Ci sono state litigate furibonde in passato, in tutti gli idiomi possibili e gli amministratori hanno dovuto introdurre regolamenti “differenziati” per piano. Il piano primo può stendere dalle 15.00 in poi il secondo dalle 15.15 e via via salendo di piano.
Sebastiana abita da sola al quinto ultimo piano di via Brusuglio 47 e le lenzuola non le stende mai all’infuori. Non perché gliene importi qualcosa del giardino della signora al numero 52, ma per via di quei stramaledetti piccioni. Sembra che curino il momento in cui lei stende la biancheria pulita. A questo punto i volatili cittadini hanno un attacco collettivo di diarrea virale. Sulle sue lenzuola. Quando le hanno affittato il monolocale le hanno taciuto questo “innocuo” inconveniente (innocuo forse per te, stronzo agente immobiliare, ma per me che lavo le lenzuola la mattina per rimetterle pulite la sera è una grande rottura di palle). In compenso le avevano assicurato una vista superba e pista ciclabile nelle vicinanze. E questo in effetti risponde al vero. Sennonché la vista superba è sul traffico cittadino, automobili senza sosta che sfrecciano a 100 chilometri all’ora giorno e notte. E la pista ciclabile è lunga 800 metri e non collega nulla. Sta lì accanto al vialone. Ogni tanto qualche bicicletta temeraria la percorre zompando come una matta tra buchi e pietroni. Sono soprattutto gli extracomunitari che passano in bicicletta. E, ironia della sorte, la ciclabile passa accanto alla sede della “Lega Nord” di Bossi & C con il murale del guerriero del carroccio, verde pisello.
autore Manuela Ottaviani
Sebastiana abita da sola al quinto ultimo piano di via Brusuglio 47 e le lenzuola non le stende mai all’infuori. Non perché gliene importi qualcosa del giardino della signora al numero 52, ma per via di quei stramaledetti piccioni. Sembra che curino il momento in cui lei stende la biancheria pulita. A questo punto i volatili cittadini hanno un attacco collettivo di diarrea virale. Sulle sue lenzuola. Quando le hanno affittato il monolocale le hanno taciuto questo “innocuo” inconveniente (innocuo forse per te, stronzo agente immobiliare, ma per me che lavo le lenzuola la mattina per rimetterle pulite la sera è una grande rottura di palle). In compenso le avevano assicurato una vista superba e pista ciclabile nelle vicinanze. E questo in effetti risponde al vero. Sennonché la vista superba è sul traffico cittadino, automobili senza sosta che sfrecciano a 100 chilometri all’ora giorno e notte. E la pista ciclabile è lunga 800 metri e non collega nulla. Sta lì accanto al vialone. Ogni tanto qualche bicicletta temeraria la percorre zompando come una matta tra buchi e pietroni. Sono soprattutto gli extracomunitari che passano in bicicletta. E, ironia della sorte, la ciclabile passa accanto alla sede della “Lega Nord” di Bossi & C con il murale del guerriero del carroccio, verde pisello.
autore Manuela Ottaviani
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